lunedì 28 dicembre 2009
Capitolo 14 - La Svolta
domenica 20 dicembre 2009
Capitolo 13 - Coraggio
"Coraggio, Alberto. La mamma sta arrivando" pensa Claudia, quasi come se gli volesse inviare un sms mentale.
"Salve, mi faccia vedere il suo biglietto" dice il controllore, salito in autobus una fermata prima. Claudia tira fuori tutte le carte che ha in tasca: trova qualche banconota, qualche scontrino, un paio di post-it e un biglietto... della lotteria. Nessuna traccia del suo biglietto per l'autobus. Ma l'anziana signora non vede più molto bene ormai. Forse il biglietto che sta cercando è in mezzo a quelle carte. Meglio controllare. "Forza e coraggio signora, non ho tutto il giorno!" dice scocciato il controllore.
"Controlli lei se c'è il biglietto qua in mezzo, io non ci vedo!" urla Claudia, attirando l'attenzione dei presenti. L'uomo prende le cartacce e comincia a sfogliarle una per una, ma senza cura.
"Non c'è. Sono 40 euro di multa!". Claudia non ha nemmeno voglia di mettersi a discutere. La prossima fermata è la sua e meno tempo perde meglio è: "Tenga. Arrivederci." dice mettendo nelle mani dell'uomo due banconote da venti euro e riprendendosi le sue cartacce.
Fa per scendere.
"Signora aspetti, il suo biglietto della lotteria!"
"Sì. Grazie!" dice Claudia strappandoglielo dalle mani.
Che poi lei avrà anche poca memoria, ma quando mai avrebbe giocato alla lotteria?
La voce di lei: "tesoro, esco! Faccio la spesa ci vediamo verso sera". Non aspetta nemmeno una risposta di lui e se ne va, con quell'abito troppo corto per fare semplicemente la spesa.
lunedì 14 dicembre 2009
Capitolo 12 - Suicidal Thoughts
lunedì 7 dicembre 2009
Capitolo 11 - La Lista pt. II
Lui, impassibile. I suoi occhi scorrono veloci sulle righe, da sinistra a destra, lucidi ma fermi. Si alza facendo rumore con la sedia: “Vado in bagno” dice, sbattendo la porta. Si siede sul bordo della vasca. È sensibile e insicuro Alberto. Sua madre e sua moglie sono le uniche persone in grado di ferirlo. Sono le sue sicurezze, le sue àncore. Si sente insultato e colpito nel profondo, anche se le cose scritte nella lista non sono poi così pesanti. A lui basta poco.
Suo padre è morto quando lui era un ragazzino e i ricordi che ha di lui sono pochi e confusi, perciò si è attaccato morbosamente alla madre, per poi abbandonarla completamente dopo il matrimonio. Si mette a riflettere e si chiede cosa ha sbagliato. Sente dei brividi sulla schiena e gli viene caldo. Si guarda allo specchio ed è rosso in viso. Si bagna con dell’acqua fredda. Decide di fare finta di nulla, di non dire che ha letto quella maledetta lista.
“Tesoro, sono arrivate le pizze!” urla Claudia da una stanza all’altra.
-Vorrei che tu ti sentissi come mi sento io adesso- pensa Alberto, ma risponde “Arrivo!”
Mangiano in silenzio. Claudia cerca di comunicare, di fare le solite domande di circostanza: “Come va la vita? Al lavoro tutto bene? Tua moglie?” ma non trova risposta, se non un mugugno confuso. Claudia sorride, pensando al primo punto della lista e stringendosi metaforicamente la mano per congratularsi con se stessa di aver catturato cosi bene i difetti del figlio.
“Mamma, mia moglie si chiama Katiuscia, chiamala con il suo nome.”
-Ecco, un’altra cosa da aggiungere alla lista: Non sopporto tua moglie- pensa la signora. Poi un lampo e una semplice domanda le viene in mente: dov’è finita la lista? Non può cercarla ora, Alberto potrebbe vederla e sarebbe la fine. Sa quanto lui sia debole, lo destabilizzerebbe troppo vedere che sua madre pensa quelle cose di lui. La cercherà quando lui se ne sarà andato.
Finita la cena, Claudia si mette davanti alla tv, sul divano. Alberto invece si mette sul tavolo dove hanno mangiato, a leggere il giornale. Ormai è tardi e la signora è stanca, gli occhi si chiudono e si aprono e i suoni della televisione si fanno più distanti e meno intensi. La testa è più pesante e il divano stranamente più morbido. Il respiro più rado. Alberto capisce che Claudia si è addormentata. Si mette a piangere, in silenzio. Non riesce a non pensare alle cose scritte nella lista: ingrato, opportunista, insicuro. Queste sono le cose che sua madre pensa di lui?
“Katiuscia, faccio tardi, sono da mia madre non ti preoccupare” e mette giù il telefono.
Torna al tavolo, si asciuga le lacrime e…
La mattina dopo Claudia si sveglia sul divano, vestita come la sera prima. Si guarda intorno e si stiracchia appena. Non trova Alberto. Sicuramente è tornato a casa appena lei si è addormentata. Di solito lascia un biglietto quando se ne va. Claudia guarda se sul tavolo c’è qualcosa e in effetti c’è un foglio.
Lo prende e legge: “Lista delle cose che non mi piacciono di te”
Ma la calligrafia non è quella di Claudia.
lunedì 30 novembre 2009
Capitolo 10 - La Lista
La signora non ha più voglia di scrivere quindi si dirige in cucina per mangiare qualcosa. Non trova nulla. Mette dei soldi nella borsetta, si veste ed esce. Si prepara per la solita vecchia routine. L’unica cosa diversa dal giorno precedente è la data.
Arriva alla cassa del supermercato, sotto al cartello con scritto “MAX 10 PEZZI” perché ha fatto una spesa veloce. Ha intenzione di risparmiare, non ha poi tanti soldi da buttare.
Finito il pranzo accende la tv. Ascolta distrattamente la notizia di qualche omicidio, qualche politico corrotto, e qualche fortunato vincitore del lotto. Non li ha mai capiti questi ultimi. Si è sempre chiesta se riescano a guadagnare più di quello che spendono giocando.
Le viene voglia di riprendere in mano il libro per scoprire come va avanti la storia, ma squilla il telefono interrompendo il suo flusso di coscienza: “Si?” risponde.
“Ciao mamma, che stavi facendo?” domanda Alberto con tono squillante.
“Un corso accelerato di paracadutismo”
Albero ride. Sua madre è sempre stata ironica e acida contemporaneamente.
“Allora posso venire da te sta sera, immagino. Alle 20.00! Ciao!”
“Ma..” Ormai è tardi. Claudia sente solo il “tututu” insistente di chi ti ha praticamente sbattuto il telefono in faccia. Riprende in mano la lista, innervosita: “Le poche volte che sei sicuro di te stesso calpesti le libertà degli altri, sei opportunista, quando ti fa comodo sfrutti le persone e poi le abbandoni quando non ti servono più” e va avanti a scrivere. In quella lista sono racchiusi i peggiori difetti di suo figlio, amplificati dal nervoso che le ha messo addosso, autoinvitandosi per cena. Un gesto irrilevante? Forse. Ma quando sei anziano tutto conta, perché sei solo ogni giorno e le uniche cose che hai sono la casa dove hai vissuto una vita e gli affetti.
Viene svegliata dal suono del campanello. Guarda l’ora: le 20.01. Alberto è sempre puntualissimo. Claudia si alza di scatto e sente un dolore alla schiena ma poco importa, non c’è tempo per essere vecchi, non ora. “ARRIVO!” urla buttando la tovaglia sul tavolo dove si è addormentata scrivendo e fa volare il foglio per terra. Ordina velocemente due pizze a domicilio e apre finalmente la porta. Suo figlio entra, mentre lei continua ad apparecchiare. Alberto fa per sedersi ma si accorge che per terra c’è una penna. La raccoglie. Poco più in là c’è un foglio. Prende anche quello e si mette a leggere:
“Lista delle cose che non mi piacciono di te”.
lunedì 23 novembre 2009
Capitolo 9 - Freedom's Chains
“Fratè, l’anno prossimo non cambi scuola, vero?” Domanda Luca, avendo saputo della bocciatura (scontata) di Ahmad.
“Mi ritiro.. studiare non fa per me” affermazione che strappa una risatina ad Alex.
Luca sorride ad Andrea, seduto sulla sedia a rotelle vicino a Cristina che gli tiene la mano: “Un’altra birretta?” propone lei. Come rifiutare? Cinque amici seduti attorno allo stesso tavolino: Ahmad, Luca, Andrea, Alex e Cristina. Ognuno con i suoi progetti per l’estate, ormai iniziata da un po’.
Ormai iniziata da un po’ come questo racconto. E al nono capitolo sono sicura che i personaggi ti sono rimasti impressi, hai già scelto il tuo preferito. Ti chiedi cosa succederà, come finirà. Io sono libera di scrivere quello che scrivo, ma la libertà ha delle regole, è legata da catene. E in questo racconto ho io le redini, ma non posso rompere quelle catene, devo rispettare quelle regole che mi impongono di scrivere ciò che mi va di scrivere. Mi piace chiamarle “Freedom’s Chains”. Una frase che mi è rimasta impressa in una canzone che ascolto spesso, ultimamente è: “La libertà non è un diritto è una mentalità”. Io ho quella mentalità. Perciò comprendimi, tu che stai leggendo, se ora dico che..
Claudia chiude il libro. Lo legge ogni sera prima di dormire. Non le piace molto e finora (è arrivata al capitolo 9) non ha trovato nulla di interessante. Ogni volta che lo apre le viene da pensare “Vediamo che succede a stereotipopoli”. Per non parlare degli errori (non solo grammaticali) che ha trovato: la teoria del motorino rubato non regge, non ha senso. Il capitolo dove parla il materasso stesso è a dir poco infantile e lei si è stancata di leggere racconti che parlano di storielle adolescenziali, droga e tutto il resto. Le sembra tutto scontato e un po’ fantasioso. Un po’ troppo. Trova poco realistica perfino la parte dell’incidente, per quanto sappia rendere bene il dolore. Claudia si chiede come sia possibile perdere l’uso delle gambe cadendo da un motorino. Per non parlare di tutti quei dati medici sul midollo. Molto probabilmente chi ha scritto il racconto li ha scaricati in blocco da wikipedia. Le viene un dubbio. Chi è l’autore? Gira il libro e in fondo alla quarta di copertina vede la foto di una ragazza. Si mette a leggere: “Elena Mazzardo, nata il 3 Novembre 1991..” C’è scritto altro ma a Claudia non interessa, ha già capito tutto. Si vede che è giovane l’autrice, scrive in modo troppo emotivo, quasi di getto. Quando ha l’ispirazione prende il suo blocco e si mette là, a scarabocchiare velocissimamente le idee, come se scappassero. In arte si chiamerebbe “foga pittorica”. Claudia sorride pensando alla ragazza nella foto, indaffarata a scrivere e inventarsi nuovi stratagemmi per tenere i lettori col fiato sospeso. Rigira nuovamente il libro. Lo guarda con occhio forse troppo critico. Copertina classica, rilegatura classica. Un po’ stropicciato perché lo butta in borsa per leggerlo nei momenti d’attesa. Lo mette via.
Claudia si alza e sente il peso delle gambe. Va verso lo specchio e si guarda. Per avere 73 anni è una bella signora. Raffinata nei modi e attenta. Si strucca leggermente gli occhi, con dei movimenti morbidi e dolci. Si vede che è una madre. Si scioglie i capelli biondi che teneva raccolti con una matita, come fa sempre quando legge prima di dormire.
Pensa fra sé che ha una certa età, la deve smettere di truccarsi e tingersi i capelli come se fosse una ragazzina. Non sono cose che si addicono ad una signora della sua età. Si sciacqua il viso e torna a guardarsi. Scopre una nuova ruga sulla fronte. Mette le mani ai bordi del viso, poco prima delle orecchie e tira la pelle, per vedere come starebbe con un bel lifting facciale. Poi se ne torna in camera, in quel letto a due piazze che è troppo grande per una persona sola, pensa.
Chiude gli occhi e cade in un sonno profondo, con tanta facilità da non rendersene nemmeno conto.
lunedì 16 novembre 2009
Capitolo 8 - Il materasso
Lei non conosce le lacrime: da piccola, a forza di sberle le hanno insegnato che solo i deboli piangono, solo le persone senza spina dorsale esprimono i sentimenti. Le hanno insegnato che per vivere bisogna fottere il prossimo, bisogna essere lupi che sbranano altri lupi. Mai legarsi in un branco, mai avere amici e tantomeno amori. Solo fare affari per guadagnare il poco che ti serve per vivere. Le hanno insegnato a stringere i denti, a lottare. Più che averla educata, l’hanno addestrata. Gli stessi l’hanno abbandonata davanti ad un convento. Probabilmente non si potevano più permettere di avere una figlia.
Ora lei è grande, è cresciuta, e nella pupilla dei suoi occhi scuri c’è lo stesso fuoco che arde da quand’era piccola. Ahmad per lei non è un amico, è un socio. Ieri stava per piangere perché della polvere gli era entrata negli occhi, non perché era nauseata al pensiero di tornare dalle suore.. o così lei si racconta.
E se quel materasso potesse parlare non racconterebbe nulla di romantico. Non parlerebbe di frasi dolci sussurrate all’orecchio, non racconterebbe di come due corpi si sono addormentati abbracciati. Riuscirebbe solo a parlare di sesso. Il classico sesso senza amore. I due corpi che sono stati sdraiati su di lui per una notte intera si alzano, si vestono. Ahmad apre il frigo e lo trova vuoto, ma non si meraviglia nemmeno. Poi il materasso li vede uscire e solo allora chiede al cuscino, al lenzuolo, ai muri cos’hanno visto o sentito dalla loro posizione:
Il lenzuolo racconta di essere stato trattato male, tirato da una parte all’altra tutto il tempo.
I muri dicono di non aver sentito nulla, i due ragazzi non parlano molto.
Il racconto che ha più colpito il materasso è stato quello del cuscino di lei. Dice d’esser stato bagnato da qualche lacrima e giura di aver sentito la voce della ragazza stessa, forse nel sonno o forse no, ripetere: “Non sei sola, non sei sola” e si è commosso pure lui, il cuscino. Il materasso risponde che quelle sono lacrime preziose, sono rare le lacrime di lei perché le è stato insegnato che è da deboli versarle perciò non ne versa mai.
Questo sarebbe ciò che direbbe il materasso, se solo potesse parlare, ma non può. Quindi tace.
domenica 8 novembre 2009
Capitolo 7 - Retraso
I due uomini in divisa si fermano poco prima di Ahmad e Luca e parlano col quasi-bambino. Gli dicono di svuotare le tasche e trovano quello che prima era nelle tasche di Luca. Il quasi-bambino si discolpa, dice che non sa cosa sia, che non ha mai visto nulla di simile in vita sua. Loro gli ricordano che a quell’ora la gente in piazza vende la droga e quella scusa l’hanno sentita troppe volte. Luca non riesce a sentire cosa replica il quasi-bambino, non gli importa. Fa un respiro profondo e pensa che ancora una volta gli è andata bene, forse troppo bene. Un poliziotto si avvicina con passo sicuro e veloce all’arabo dicendo: “Aspetta ragazzino!”
Ahmad rapido: “Via, via, muoviti”
Luca lo blocca, prendendolo per un braccio: “Non scappare che fai peggio, tanto ti prendono” e smonta tutto il meticoloso piano di Ahmad e della targa.
L’uomo con il cane al guinzaglio dice: “Hai la targa mezza staccata, fai qualcosa per attaccarla vedo che può cadere e se circoli senza puoi prenderti una bella multa”
Ahmad si limita a ringraziare per l'avvertimento. Per una volta in vita sua è stato veramente fortunato.
Luca gira il motorino: “Notte fratè, per oggi ho già dato!”
“Ci becchiamo domani, ti chiamo io.”
Luca si abbassa il casco e si dirige verso casa, lacerando il fitto buio della notte.
È già mattina. Luca si sveglia stanco e con un leggero mal di testa. Mette i piedi giù dal letto, gli sembra di scivolare. Guarda e vede una macchia di sangue sotto ai suoi piedi. Comincia il panico. Si butta giù per le scale, lasciando impronte di sangue ovunque, chiama i suoi genitori, nessuna risposta. Va in cucina, vede i coltelli per terra, sporchi di sangue. Si mette quasi a piangere, corre verso il telefono ma il suo cordless non è là. Si mette le mani in tasca per cercare il cellulare e chiamare la polizia. Le estrae, con un coltello in ogni mano. Cos’era successo quella notte? Perché c’era sangue dappertutto e Luca aveva due coltelli in tasca? Si precipita fuori dalla porta e.. nevica? Sì, cade neve dal cielo. Strano, siamo alle porte dell’estate. Luca urla con tutta la forza che ha ma non produce suono.
Bip-bip Bip-bip. Suona la sveglia e lui sobbalza, tutto sudato. Era un incubo. Sospira, cerca di riprendersi. Poi pensa che non ha una sveglia, impossibile che abbia emesso il suono che l’ha svegliato. Era un sms sul Nokia: Ahmad: “Ehi fratè, mi sono svegliato ora, è troppo tardi per salutare Andrea, salutalo da parte mia” Luca guarda l’ora : segna le 14.35. Le visite sono fino alle 15 e l’ospedale non è tanto distante, ce la può fare. Ma perché la domenica mattina Luca non la vive mai? Si maledice, dorme troppo. Si mette i primi indumenti che trova buttati sulla sedia, accende il motorino e parte. Difficile che arrivi in tempo. Scende, lascia il motorino per terra (ormai è un’abitudine) e arriva davanti alla stanza 13.
“Eh, sai, non abbiamo parlato di quello” dice lei, sulle nuvole: “Ah, si, ora ricordo. Si sente un po’ meglio”
Luca: “Sei stata un’ora là dentro e questo è tutto quello che sai dirmi?”
Cri: “Shhh, calmo! Non urlare, è domenica. Passano i preti qui!”
Luca è interessato solo a come sta Andrea: “Parla..” dice, già sapendo che quello che avrebbe detto Cri non l’avrebbe soddisfatto. “C’è stato un bacio..” dice lei vanitosa e smorfiosa, come se avesse vinto un premio atteso da tempo. Luca non vuole darle soddisfazione: è stupito ma reagisce come se già lo sapesse e dice: “Sì, ma che altro?”. Lei è infastidita: “CHE ALTRO? Non ti sembra abbastanza?” Luca fa finta di pensarci, come se fosse una domanda difficile, impossibile, come se fosse a un quiz televisivo. Alla fine risponde: “Mmmh, no”.
lunedì 2 novembre 2009
Capitolo 6 – Zoom nella stanza 13
“Si?” si gira il medico brizzolato. Ormai Andrea li distingue cosi: il più sgarbato è il medico più giovane, quello più gentile invece è il più anziano. Forse perché il primo ha ancora in testa tutti i suoi studi di medicina e ancora non sa che sotto la calotta cranica, il paziente possiede un cervello con cui pensa. Quel cervello non è solo un ammasso di neuroni, sinapsi e tutto il resto. Cosa che il medico più anziano sa bene, visto che ha il tatto di capire che in quell’edificio dai muri verde chiaro ci sono persone che stanno male, non dati anagrafici, non nomi e cognomi, non dosi di medicinali: PERSONE. Si avvicina ad Andrea, sorridendo appena. Il ragazzo prende coraggio: “A me hanno detto che sono paralizzato dalla vita in giù.. ecco.. questo significa che non posso usare le gambe oppure anche..?” Il medico controlla la cartellina appesa al letto con scritto Andrea De Vizio: “Fortunatamente la lesione del midollo è incompleta. Questo significa che il midollo spinale è danneggiato parzialmente, perciò possiedi ancora alcune funzioni sensoriali ma hai perso completamente le funzioni motorie. Ciò significa che non hai più energia per muovere i muscoli o controllarli ma il tuo apparato riproduttore in teoria funziona. Fammi controllare”
Andrea, totalmente rapito dalla spiegazione chiara del dottore, gioisce tra sé. Gli piace proprio quel medico. Legge il cognome sul cartellino: Spalchi. Gli ha detto esattamente quello che voleva sentirsi dire e usando parole per lui comprensibili. È la prima volta che un dottore lo tratta cosi.
Il Dottor Spalchi mette la mano coperta da un guanto bianco sotto al lenzuolo: “Senti se tocco qui?” Andrea si concentra: “No.”
Andrea è lì da solo, a riflettere. Cerca di pensare ai lati positivi di questa nuova situazione ma non ne trova molti. Non potrà più correre o giocare a calcio o semplicemente camminare per le vie del centro. In carrozzina, fino alla fine dei suoi giorni.
Si sente solo. La madre lavora, può venirlo a trovare solo di sera. Ormai sono le due, orario di visita, ma per lui non c’è nessuno. Pensa ai suoi amici Ahmad e Luca. Spera che non siano nei guai.
Sulla soglia della stanza 13 una ragazza prova il saluto: “Ehi.. no. Ciao! No, troppo allegro..” Quando di colpo si spalanca la porta e Cristina appare: “Ciao, Andrea.”
“Cri?”
“No, sono Babbo Natale!” –Stupida, stupida, stupida! Ti sembrano frasi da dire?- si maledice l’insicura Cristina.
Lui sorride: “Sei in anticipo quest’anno, siamo quasi in estate!” Cri dentro di se fa un sospiro di sollievo. È andata bene. Gli si avvicina. Le fa male vederlo steso su quel letto. Vorrebbe sapere come si sente, vorrebbe leggere i suoi pensieri ma non chiede nulla, ricordando le parole di Ahmad. “Sto un po’ meglio sai?” L’arabo aveva ragione: se devi sapere qualcosa saranno gli altri a dirtela.
“Mi fa molto piacere sai? Ti faccio compagnia, è così triste questa stanza vuota” Ammette Cri, guardandosi intorno come per esaminare il posto. Poi i suoi occhi tornano su di lui, che arrossisce un poco quando sente la mano calda di lei poggiarsi sulla sua. Nessuno dei due distoglie lo sguardo. È una sorta di sfida. Andrea spera tanto che lei trovi la forza di non piangere. Lei si abbassa e lo abbraccia teneramente, senza appoggiare il corpo. Lui non l’aveva mai sentito il bene che le vuole. Mai così. Sente il calore di quell’abbraccio sostenuto, timido, sospeso. È come se gli parlasse, come se gli aprisse gli occhi. Lei fa per tirarsi su, l’abbraccio è finito. Ma lui da disteso la trattiene con le braccia e lei si blocca, con il viso poco distante dal suo, tanto da sentirne il respiro. Occhi negli occhi, nel religioso silenzio dell’ospedale, quando tutti i pazienti della stanza 13 sono andati nella sala grande a guardare la tv; quando qualche raggio di Sole filtra dalle grandi finestre e riscalda e illumina i corpi dei due, proprio in quel momento i due volti si avvicinano, gli occhi si chiudono, le anime si sfiorano e..
lunedì 26 ottobre 2009
Capitolo 5 - Naive
Ahmad fa smontare Cristina che corre da Alex per raccontarle tutto. “Fratè, allora, dove lavori?” dice Luca, ingenuo. Ahmad sorride: “Lavoro qui, no? Lei è una mia, mmmh, come chiamarla.. collega?” risponde, indicando Alex, che arriva con il suo solito passo strascicato. Biascica: “Cià Luca”. Cristina le corre intorno come un cagnolino agitato, ancora sconvolta. Afferma che sarebbe tornata a casa per dormire, o almeno ci avrebbe provato. Salta al collo di Luca, inumidendogli la spalla con le ultime lacrime che le sono rimaste e fugge via.
Luca cerca di distrarsi: “Dai, cominciamo”
Ahmad: “Apri la mano, fratè”.
L’amico obbedisce e l’arabo caccia sul suo palmo una cosa che fa capire definitivamente a Luca di che lavoro si tratta. Ma ancora una piccola parte di lui non ci vuole credere. Meglio accertarsi:
“Devo.. cioè.. questa cosa è droga. La devo vendere?”
“No, sei pazzo? Devi regalarla.. specie se ci sono delle persone con delle divise blu, regalala a loro! In cambio ti portano in un hotel e ti ci fanno stare quanto vogliono loro. L’unico difetto di questo hotel è che le stanze hanno le porte con le sbarre.. ma a te non dà fastidio, giusto?”
“Non è il momento di ironizzare, Ahmad. Io non ho idea di come si faccia..”
Ma ormai Ahmad è già lontano, troppo per sentire l’ultima frase dell’amico. Luca è “leggermente” nel panico. Là impalato, fermo, immobile, con le mani che cominciano a sudare. Non sa come muoversi, dove andare, cosa fare. Si mette la droga in tasca e segue Ahmad, come un ragazzino in stage che apprende il lavoro.
“Dammi un deca va” dice uno con un cappuccio e batte il cinque con l’arabo, che non dice nulla, esegue e basta.
Il prossimo “cliente” è quasi un bambino: “Cosa mi offri?” chiede, come se fosse al bar.
“Mi è arrivata questa oggi, dal Brasile, roba ottima, fagli vedere fratè!” Luca tira fuori dalla tasca e fa vedere, con gesti meccanici, quasi come se non comandasse lui il corpo.
Il “quasi-bambino” fa: “Perfetto. Quanto ti devo?” A Luca viene da ridere. Pensa che Ahmad gli faccia anche lo scontrino? Pensa che gli metterà la droga in un sacchettino con la stampa del nome del negozio? Pensa che gli chiederà se vuole farsi la tessera per avere uno sconto? Adesso che ha visto qualcuno più impacciato di lui, Luca si sta quasi rilassando. Il novellino prende la roba, se la mette in tasca e si allontana tranquillamente.
Dopo poco tempo, due uomini in divisa arrivano in piazza . Che stiano portando i loro cani a fare una passeggiata? Luca dubita fortemente. Le gambe si fanno deboli e gli viene quasi da vomitare. Non è fatto per trasgredire le regole. Qualche canna ogni tanto sì, ma questo è davvero troppo. Non ha un briciolo di droga addosso, tutta quella che gli aveva dato Ahmad l’ha venduta, perciò è a posto, “pulito”. Sale il panico. I cani possono sentire l’odore nelle sue tasche anche se non c’è più niente?
Ahmad, calmo come non mai lancia il casco che prima era di Cristina ad Alex. Lei monta, Luca è già sul suo motorino, un po’ ammaccato per colpa di tutte le botte prese in quella giornata.
Con le mani tremanti, Luca mette in moto. Non parte. Controlla se c’è benzina ma è tutto a posto quindi prova di nuovo. Non parte. Ahmad dice solo: “Fratè, vado avanti io..”
Luca ci prova di nuovo, e finalmente sente quel suono, che non gli ha mai dato così sollievo: il motorino è acceso. Fa per accelerare quando..
“Polizia, un semplice controllo. Fermo dove sei.”
lunedì 19 ottobre 2009
Capitolo 4 - Desper(t)ado
La fame fa brontolare lo stomaco di Luca, che non mangia dalla sera prima. Gli altri dormono. Lui si alza e va alle macchinette per prendere un gelido tramezzino dal sapore di plastica. I minuti sembrano non passare mai, non finire più. Perché è sempre cosi, quando si aspetta. Gli istanti si dilatano, si fanno più importanti, si prendono più spazio. Come in una corsa nella quale il secondo arriva a un decimo di secondo dal primo. Quando vede i risultati non ci crede che sarebbe bastato cosi poco per vincere. L’atmosfera è asfissiante. Il caldo di un giugno che anticipa l’estate bollente lo soffoca. L’aria è densa ma rarefatta e i colori sono meno nitidi.
Un dottore esce e dice solo “Si è svegliato”. Luca, col tramezzino in mano, è l’unico a sentire le sue parole e chiama gli altri. “Non potete entrare, siete troppi!” li blocca il dottore, vedendo quattro persone avvicinarsi alla stanza. La madre è già dentro e Luca la raggiunge. Gli altri due aspettano fuori, tristi e scocciati. Andrea, pieno di tubi, con un lenzuolo azzurro fino al collo che lo copre quasi completamente. A Luca si blocca lo stomaco. La voce non gli esce, apre la bocca ma non dice nulla e finisce per boccheggiare come un pesce.
Andrea apre gli occhi e li vede. Si scopre su un letto di ospedale e non su un motorino e non capisce. Poi un flash e ricorda, soprattutto, il dolore alle gambe.
“Ciao mamma”. Lei lo guarda con gli occhi lucidi, pietrificata. Come fa a dirglielo?
“Amore, come ti senti?”. Andrea arriccia il naso e si toglie per un attimo la maschera che gli copre tutto il viso tranne gli occhi. Si guarda, si tocca. Si rimette la maschera e torna steso. “Mah, il petto mi fa un po’ male, ho qualche graffio in giro e mi sento indolenzito.”
La madre prende tutto il coraggio che ha, apre la bocca, fa per pronunciare la prima sillaba ma:
“Solo una cosa, mamma. Non mi sento più le gambe. Mi hanno fatto un’anestesia vero? Ho letto su qualche libro che a volte le parti del corpo si svegliano in momenti diversi, no?”. La madre si morde il labbro, Luca fa da spettatore fino a quel momento, poi dice: “No”.
Andrea, all’oscuro di tutto: “E cosa allora?”
La madre: “Amore, le tue gambe..” non serve finire la frase. Andrea, come ogni figlio, conosce perfettamente la madre e sa che quando la sua fa così, è successo qualcosa di grave, di molto grave. Il respiro si fa pesante, l’elettrocardiogramma mostra battiti sempre più frequenti e la pressione si alza.
Ahmad e Cristina, da fuori, vedono solo un medico che entra nella sala e la madre e Luca che escono, entrambi in lacrime. “Dicono che vogliono tenerlo per qualche giorno, ha perso molto sangue e deve riprendere le forze. In più deve abituarsi all’idea di non poter utilizzare più una parte del suo corpo. E non è cosa da poco”. L’ultima frase Luca se la poteva risparmiare. Ma era più un flusso di coscienza che altro. “Gli orari delle visite sono 14-15 e poi la sera 19-20, l’ho letto su quel cartello” è tutto quello che riesce a rispondere Ahmad.
Ora Andrea deve riposare, Ahmad deve tornare al lavoro, Cristina deve tirarsi un po’ su, la signora Raffaella deve avvisare il padre. E Luca? Deve continuare a vegetare nella sua squallida cameretta? No, sta volta no. Deve tenersi occupato, fare qualcosa di utile, aiutare, darsi da fare. Ma in che modo?
“Ehi Ahmad, aspetta!”
Forse questo è il modo più sbagliato.
“Vengo a darti una mano al lavoro!”
lunedì 12 ottobre 2009
Capitolo 3 - Eterogenesi dei fini pt. II
Ora è dentro. Sente “Codice rosso!”. Ha già capito cosa significa e sente le lacrime che cominciano a salire ma sa che non deve piangere e stringe i denti. Non sa a chi rivolgersi, a chi chiedere, cosa dire. Ferma un infermiere indaffarato con siringhe di insulina per pazienti che, oggettivamente, devono essere molto pazienti. Luca lo ferma, non sa nemmeno perché. Si mangia un po’ le parole, dice: “mmmh, scusi.. il mio amico. Penso stia morendo o giù di lì. Che devo fare?” Si maledice perché non gli è venuto in mente nulla di meglio. Non urla, non si agita, è calmo. È talmente sconvolto che sembra pacato. L’infermiere gli risponde solo: “Bè, sei nel posto giusto” E spinge via il suo carrello, pronto a fare in vena a qualche vecchiotto diabetico la sua dose di insulina.
Il rumore dei pensieri fa fischiare le orecchie di Luca, fino a fargli male. Male veramente. Ferma un altro uomo col camicie bianco e domanda: “Codice rosso. Cosa vuol dire?” L’uomo in bianco: “Pericolo di morte, spesso incidenti stradali” “E se il mio amico è là dentro cosa devo fare io?”
“Avvisa i familiari.”
Al ragazzo fa impressione come parla quell’uomo. Specialmente come ha pronunciato la parola “morte”. Come se fosse normale, scontato, come se avesse visto morire centinaia di persone, in quell’edificio. Gli viene un senso di vomito e cerca di non pensarci. I familiari.
“Signora Raffaella? Sì, sono Luca.. Sì sì sto bene.. senta.. è un’emergenza. Venga in ospedale, suo figlio ha fatto un incidente in motorino”. Sa che avrebbe dovuto usare parole meno dure ma sarebbe stato impossibile, tanto quanto addolcire una pillola fatta di cianuro. Vuole qualcuno al suo fianco. Chiunque. Ora più che mai.
“Ahmad, muoviti, vieni in ospedale”
“Arrivo.”
L’arabo non fa mai domande, nemmeno in questi casi. Nel suo paese gli hanno insegnato che meno sai, meglio stai. Se proprio devi sapere qualcosa saranno loro a dirtelo, tu non chiedere nulla.
Non c’è altro da fare, se non aspettare.
Poco dopo le porte dell’ospedale si spalancano ed entrano quasi come se fossero arrivati insieme Ahmad, Cristina e la signora Raffaella. Non c’è tempo di chiedersi chi avesse avvisato Cristina, ma nemmeno posta la domanda arriva la risposta di Ahmad: “lei era con me mentre lavoravo”.
“Andrea è là dentro” Luca indica con il mento una sala poco rassicurante.
La madre non li vede nemmeno. Strattona il primo medico che arriva dicendo: “dov’è mio figlio?” quasi come se l’avessero rapito. “ANDREA DE VIZIO” Scandisce nome e cognome, ignorando il fatto che non serve a nulla. Il dottore se ne va impassibile, abituato a quelle scene. Ne esce uno dalla sala con il camicie sporco, la mascherina e i guanti. “Lei è la madre?” dice vedendo la donna in lacrime. Annuisce. “Suo figlio ce l’ha fatta, è vivo. Ma ha perso l’uso delle gambe.”
Una mitragliata nel petto. Luca, in bilico tra la felicità perché l’amico è vivo e la disperazione per tutte le privazioni che dovrà subire nella vita, da là in avanti. Sa che non è il momento ma riflette per qualche secondo su come i soldi non possono comprare tutto. Si risveglia dal momento di shock.
“Posso vederlo?” la madre col trucco ormai colato su tutto il viso.
“Non ancora, sarà sotto anestesia fino a sta sera, ha preso una bella botta. È fortunato di essere ancora vivo”
Ahmad sconvolto, Cristina in lacrime sulla sua spalla. Lei non è abituata a queste cose, non vuole vedere dolore, non ha il coraggio di soffrire. Non l’ha mai fatto.
La madre si chiede se sia il caso di chiamare suo marito, che è in Arabia per lavoro. Questioni di petrolio. Si ricrede. Pensa che prima avrebbe aspettato la fine dell’anestesia di Andrea, così il padre non si sarebbe preoccupato eccessivamente.
Sono tutti là seduti sulle squallide sporche sedie dell’ospedale, come se fossero in aeroporto, ad aspettare lo stesso volo. In religioso silenzio ognuno fa qualcosa. Chi legge un giornale, chi fissa il muro, chi ascolta con orecchio attento ogni parola dei dottori, per poi scoprire per l’ennesima volta che non parlavano di Andrea. Forse sarebbe stato meglio andare a casa e tornare in ospedale di sera. Il tempo sarebbe passato più velocemente. E invece no.
Sono ancora tutti là, che aspettano la sera.
lunedì 5 ottobre 2009
Capitolo 2 - Eterogenesi dei fini pt. I
“Si ma anche tu sei scemo eh?” dice Andrea.
“Non me ne frega, siamo a giugno, le medie le hanno fatte” ribatte Luca.
“Si fratè, ma gli scrutini no” dice Ahmad.
“Dai, non rovinarti la media, mancano pochi giorni alla fine, se quello ti mette due vai a settembre” Andrea, che ci tiene alla sua media dell’otto. Ha un solo sette, ed è in filosofia. Troppo razionale per capire teste diverse dalla sua. Anche Ahmad ha un solo sette … in condotta. Tutti gli altri voti sono o 5 o 4 o peggio. Sventola una sigaretta fatta da lui.. ma dentro non c’è solo tabacco: “Cicca?” propone, ammiccante.
Andrea, scandalizzato, non capisce cosa ci trovi Ahmad nella droga.
Il suono della campanella raggiunge le loro orecchie.
“Dai, torniamo su”
“No, ormai è accesa fratè!”
Andrea è già in classe, figurati se trasgredisce una regola quello.
“Vai Luca, tu che puoi ancora essere promosso, vai pure!”
“Si vado fratè, fai un tiro anche per me”.
Luca l’ha sempre chiamato cosi, “fratè”, sia per la forte amicizia che li lega, sia perché il suo nome non lo pronuncia mai bene e Ahmad si incazza.
“Cartelli, entri in ritardo?”
-Si prof, mi stavo facendo una canna ma appena l’ho accesa è suonata-. Questo è quello che avrebbe voluto rispondere Luca ma “Scusi” è quello che ha risposto veramente.
Entra Ahmad con gli occhi rossi e si accascia pesantemente sulla sedia vicina alla sua. A Luca scappa un sorriso ad Andrea un sussulto nel sentire nelle narici un prepotente odore di marijuana che gli si insinua nei polmoni fino a farlo tossire.
Una fila dietro ai banchi di Andrea, Luca e Ahmad, lei sorride gustandosi la scena dei tre amici cosi diversi ma cosi uniti, mentre disegna cuori sul suo quaderno con dentro scritto “CRISTINA e ANDREA”. Proprio il diretto interessato si gira: “Ehi Cri, hai una penna blu please?”. Lei di scatto chiude il quaderno “Eh? Blu? Si.. cioè.. aspetta che vedo.. ecco.” “TOH” dice secca Alessandra, per gli amici Alex, perché è proprio un maschiaccio. Gira voce che sia lesbica. “Grazie, Alex” risponde educato Andrea. “SE” mugugna Alex, chewing gum in bocca, anello al naso, mascara troppo pesante, capelli corti. Cristina, delusa della sua poca prontezza riprende il quaderno con gli scarabocchi, lo apre ma DRIIIIN.
“Ok, la lezione è finita. Andate in pace e studiate!” “Si certo.. a Giugno?!” pensano tutte le teste presenti in quella classe, compreso il professore, che disilluso ripone il registro nel secondo cassetto della cattedra.
“Venite da me oggi?” la voce di Luca filtra dal casco che la distorce un po’.
“No, mi servono soldi, devo lavorare” Nessuno sa che lavoro faccia Ahmad.
“Verrei, ma oggi avevo voglia di comprarmi un I Phone” risponde Andrea, come se spendere 500 euro per lui fosse come spendere 500 lire.. Luca decide di accompagnarlo. Vedere Andrea che fa sfoggio della sua ricchezza non sarebbe male, soprattutto se i soldi finiscono in qualche centro Apple.
Prendono i motorini e vanno.
Luca rimane un poco indietro, ma vede che una macchina si sposta leggermente sulla destra e Andrea ne approfitta per superare. All’improvviso una frenata, il rumore di qualche vetro infranto, un casco per terra. Luca vede Andrea là, steso, con del sangue che gli esce dal naso e una BMW M3 grigio metallizzata accelerare a più non posso, per sparire nella via più vicina, senza lasciare nella sua mente nemmeno una vaga idea di una lettera o un numero che compongono quella targa maledetta.
lunedì 28 settembre 2009
Capitolo 1 - Intro
“Eh?” bisbiglia il compagno a Luca.
“No dico… mi sono rotto di ascoltare sto sfigato, piuttosto…”
“CARTELLI LUCA!” urla lo “sfigato” di cui parlava giusto un attimo fa: “Smettila di guardarmi con quella faccia scocciata, nemmeno io mi diverto a spiegare perciò taci o ti metto due”. Luca si limita a guardare in alto, sbuffare e annuire con la testa, nuovamente annoiato. Annoiato là, in classe, come annoiato durante la maggior parte della sua giornata. Perfino il suo cognome (a suo avviso) è noioso, o come dice lui in gergo giovanile: “è un pacco”. Cartelli. Come quelli stradali, come quelli appesi alle porte, fuori dai negozi, con scritto niente più che l’orario di apertura e quello di chiusura, perciò… noiosi. Non poteva chiamarsi Brown, Jones, McPhil o con qualche altro cognome straniero, affascinante, esotico, misterioso, interessante? No, doveva chiamarsi proprio Cartelli. Luca Cartelli. Per gli amici Luca, per i professori Cartelli.
Ma cos’ha lui di particolare? Assolutamente nulla. La sua particolarità è far parte della massa, perché ormai la massa non esiste più. Tutti sono “diversi”. Luca no.
Luca non era gay, non lui. Ma anche se lo fosse stato, non sarebbe cambiato assolutamente nulla.
Luca non è un punkabbestia, e nemmeno un metallaro. Non ha la cresta verde, non indossa pantaloni zebrati e non gira con una birra in una mano e una canna nell’altra. Anche se qualche birra e qualche canna se le è fatte pure lui.
Luca non è un rapper, non gli piace sentire uno che spara parole a ripetizione su una base musicale fatta da qualche dj.
Luca non è un figlio di papà, non è un secchione. A scuola non va bene, non va male… semplicemente va. Porta orgogliosamente a casa una media del 6.2. Anche la sua media è nella media.
Luca non va in Chiesa, non crede in Dio ma non esclude la possibilità che esista.
Luca non ha la ragazza ma con le tipe non va male. Non è alto né basso, è nella media. Non è bello né brutto, è nella media.