lunedì 26 ottobre 2009

Capitolo 5 - Naive

Arrivati in piazza Luca e Ahmad parcheggiano i motorini.
Ahmad fa smontare Cristina che corre da Alex per raccontarle tutto. “Fratè, allora, dove lavori?” dice Luca, ingenuo. Ahmad sorride: “Lavoro qui, no? Lei è una mia, mmmh, come chiamarla.. collega?” risponde, indicando Alex, che arriva con il suo solito passo strascicato. Biascica: “Cià Luca”. Cristina le corre intorno come un cagnolino agitato, ancora sconvolta. Afferma che sarebbe tornata a casa per dormire, o almeno ci avrebbe provato. Salta al collo di Luca, inumidendogli la spalla con le ultime lacrime che le sono rimaste e fugge via.


Luca cerca di distrarsi: “Dai, cominciamo”
Ahmad: “Apri la mano, fratè”.
L’amico obbedisce e l’arabo caccia sul suo palmo una cosa che fa capire definitivamente a Luca di che lavoro si tratta. Ma ancora una piccola parte di lui non ci vuole credere. Meglio accertarsi:
“Devo.. cioè.. questa cosa è droga. La devo vendere?”
“No, sei pazzo? Devi regalarla.. specie se ci sono delle persone con delle divise blu, regalala a loro! In cambio ti portano in un hotel e ti ci fanno stare quanto vogliono loro. L’unico difetto di questo hotel è che le stanze hanno le porte con le sbarre.. ma a te non dà fastidio, giusto?”
“Non è il momento di ironizzare, Ahmad. Io non ho idea di come si faccia..”
Ma ormai Ahmad è già lontano, troppo per sentire l’ultima frase dell’amico. Luca è “leggermente” nel panico. Là impalato, fermo, immobile, con le mani che cominciano a sudare. Non sa come muoversi, dove andare, cosa fare. Si mette la droga in tasca e segue Ahmad, come un ragazzino in stage che apprende il lavoro.
“Dammi un deca va” dice uno con un cappuccio e batte il cinque con l’arabo, che non dice nulla, esegue e basta.


Il prossimo “cliente” è quasi un bambino: “Cosa mi offri?” chiede, come se fosse al bar.
“Mi è arrivata questa oggi, dal Brasile, roba ottima, fagli vedere fratè!” Luca tira fuori dalla tasca e fa vedere, con gesti meccanici, quasi come se non comandasse lui il corpo.
Il “quasi-bambino” fa: “Perfetto. Quanto ti devo?” A Luca viene da ridere. Pensa che Ahmad gli faccia anche lo scontrino? Pensa che gli metterà la droga in un sacchettino con la stampa del nome del negozio? Pensa che gli chiederà se vuole farsi la tessera per avere uno sconto? Adesso che ha visto qualcuno più impacciato di lui, Luca si sta quasi rilassando. Il novellino prende la roba, se la mette in tasca e si allontana tranquillamente.


Dopo poco tempo, due uomini in divisa arrivano in piazza . Che stiano portando i loro cani a fare una passeggiata? Luca dubita fortemente. Le gambe si fanno deboli e gli viene quasi da vomitare. Non è fatto per trasgredire le regole. Qualche canna ogni tanto sì, ma questo è davvero troppo. Non ha un briciolo di droga addosso, tutta quella che gli aveva dato Ahmad l’ha venduta, perciò è a posto, “pulito”. Sale il panico. I cani possono sentire l’odore nelle sue tasche anche se non c’è più niente?
Ahmad, calmo come non mai lancia il casco che prima era di Cristina ad Alex. Lei monta, Luca è già sul suo motorino, un po’ ammaccato per colpa di tutte le botte prese in quella giornata.


Con le mani tremanti, Luca mette in moto. Non parte. Controlla se c’è benzina ma è tutto a posto quindi prova di nuovo. Non parte. Ahmad dice solo: “F
ratè, vado avanti io..”
Luca ci prova di nuovo, e finalmente sente quel suono, che non gli ha mai dato così sollievo: il motorino è acceso. Fa per accelerare quando..


“Polizia, un semplice controllo. Fermo dove sei.”

lunedì 19 ottobre 2009

Capitolo 4 - Desper(t)ado

La fame fa brontolare lo stomaco di Luca, che non mangia dalla sera prima. Gli altri dormono. Lui si alza e va alle macchinette per prendere un gelido tramezzino dal sapore di plastica. I minuti sembrano non passare mai, non finire più. Perché è sempre cosi, quando si aspetta. Gli istanti si dilatano, si fanno più importanti, si prendono più spazio. Come in una corsa nella quale il secondo arriva a un decimo di secondo dal primo. Quando vede i risultati non ci crede che sarebbe bastato cosi poco per vincere. L’atmosfera è asfissiante. Il caldo di un giugno che anticipa l’estate bollente lo soffoca. L’aria è densa ma rarefatta e i colori sono meno nitidi.
Un dottore esce e dice solo “Si è svegliato”. Luca, col tramezzino in mano, è l’unico a sentire le sue parole e chiama gli altri. “Non potete entrare, siete troppi!” li blocca il dottore, vedendo quattro persone avvicinarsi alla stanza. La madre è già dentro e Luca la raggiunge. Gli altri due aspettano fuori, tristi e scocciati. Andrea, pieno di tubi, con un lenzuolo azzurro fino al collo che lo copre quasi completamente. A Luca si blocca lo stomaco. La voce non gli esce, apre la bocca ma non dice nulla e finisce per boccheggiare come un pesce.


Andrea apre gli occhi e li vede. Si scopre su un letto di ospedale e non su un motorino e non capisce. Poi un flash e ricorda, soprattutto, il dolore alle gambe.
“Ciao mamma”. Lei lo guarda con gli occhi lucidi, pietrificata. Come fa a dirglielo?
“Amore, come ti senti?”. Andrea arriccia il naso e si toglie per un attimo la maschera che gli copre tutto il viso tranne gli occhi. Si guarda, si tocca. Si rimette la maschera e torna steso. “Mah, il petto mi fa un po’ male, ho qualche graffio in giro e mi sento indolenzito.”
La madre prende tutto il coraggio che ha, apre la bocca, fa per pronunciare la prima sillaba ma:
“Solo una cosa, mamma. Non mi sento più le gambe. Mi hanno fatto un’anestesia vero? Ho letto su qualche libro che a volte le parti del corpo si svegliano in momenti diversi, no?”. La madre si morde il labbro, Luca fa da spettatore fino a quel momento, poi dice: “No”.
Andrea, all’oscuro di tutto: “E cosa allora?”
La madre: “Amore, le tue gambe..” non serve finire la frase. Andrea, come ogni figlio, conosce perfettamente la madre e sa che quando la sua fa così, è successo qualcosa di grave, di molto grave. Il respiro si fa pesante, l’elettrocardiogramma mostra battiti sempre più frequenti e la pressione si alza.


Ahmad e Cristina, da fuori, vedono solo un medico che entra nella sala e la madre e Luca che escono, entrambi in lacrime. “Dicono che vogliono tenerlo per qualche giorno, ha perso molto sangue e deve riprendere le forze. In più deve abituarsi all’idea di non poter utilizzare più una parte del suo corpo. E non è cosa da poco”. L’ultima frase Luca se la poteva risparmiare. Ma era più un flusso di coscienza che altro. “Gli orari delle visite sono 14-15 e poi la sera 19-20, l’ho letto su quel cartello” è tutto quello che riesce a rispondere Ahmad.


Ora Andrea deve riposare, Ahmad deve tornare al lavoro, Cristina deve tirarsi un po’ su, la signora Raffaella deve avvisare il padre. E Luca? Deve continuare a vegetare nella sua squallida cameretta? No, sta volta no. Deve tenersi occupato, fare qualcosa di utile, aiutare, darsi da fare. Ma in che modo?
“Ehi Ahmad, aspetta!”
Forse questo è il modo più sbagliato.


“Vengo a darti una mano al lavoro!”

lunedì 12 ottobre 2009

Capitolo 3 - Eterogenesi dei fini pt. II

Luca inebetito ma veloce estrae con mani tremanti il Nokia dalla tasca e digita i tre numeri che potrebbero salvare la vita al suo amico. Un solo pensiero: il cuore. Sentire se batte. Gli va vicino e appoggia la testa sul suo petto. Sente un battito forte, incazzato, come se il cuore volesse esplodere, e uscire dalla cassa toracica. O forse lo sente perché le sue percezioni sono alterate e sente quello che vuole sentire.. Ma no. Troppi viaggi. Deve rimanere lucido in un momento del genere. Eppure tutto è cosi ovattato. “Togliti, ragazzino!” dicono uomini vestiti in arancione fluo e all’improvviso sembra di stare dentro a un film dove tu sei immobile, e tutto il resto del mondo va velocissimo ma non te ne accorgi. Un po’ come nel video di Numb dei Linkin’ Park. E pensa a questo mentre gli uomini arancioni prendono il corpo come se fosse un sacco pieno di massi e lo buttano senza cura su una barella, che mettono dentro all’ambulanza. Luca prende il motorino che aveva lasciato per terra prima, nella foga del momento. Gli sale il panico. Vede l’ambulanza che si allontana, si mette il casco e parte, supera macchine, segue le sirene blu con quel suono cosi assordante da rimbombargli nella testa. Ha una paura assurda.


Ora è dentro. Sente “Codice rosso!”. Ha già capito cosa significa e sente le lacrime che cominciano a salire ma sa che non deve piangere e stringe i denti. Non sa a chi rivolgersi, a chi chiedere, cosa dire. Ferma un infermiere indaffarato con siringhe di insulina per pazienti che, oggettivamente, devono essere molto pazienti. Luca lo ferma, non sa nemmeno perché. Si mangia un po’ le parole, dice: “mmmh, scusi.. il mio amico. Penso stia morendo o giù di lì. Che devo fare?” Si maledice perché non gli è venuto in mente nulla di meglio. Non urla, non si agita, è calmo. È talmente sconvolto che sembra pacato. L’infermiere gli risponde solo: “Bè, sei nel posto giusto” E spinge via il suo carrello, pronto a fare in vena a qualche vecchiotto diabetico la sua dose di insulina.


Il rumore dei pensieri fa fischiare le orecchie di Luca, fino a fargli male. Male veramente. Ferma un altro uomo col camicie bianco e domanda: “Codice rosso. Cosa vuol dire?” L’uomo in bianco: “Pericolo di morte, spesso incidenti stradali” “E se il mio amico è là dentro cosa devo fare io?”
“Avvisa i familiari.”
Al ragazzo fa impressione come parla quell’uomo. Specialmente come ha pronunciato la parola “morte”. Come se fosse normale, scontato, come se avesse visto morire centinaia di persone, in quell’edificio. Gli viene un senso di vomito e cerca di non pensarci. I familiari.
“Signora Raffaella? Sì, sono Luca.. Sì sì sto bene.. senta.. è un’emergenza. Venga in ospedale, suo figlio ha fatto un incidente in motorino”. Sa che avrebbe dovuto usare parole meno dure ma sarebbe stato impossibile, tanto quanto addolcire una pillola fatta di cianuro. Vuole qualcuno al suo fianco. Chiunque. Ora più che mai.
“Ahmad, muoviti, vieni in ospedale”
“Arrivo.”
L’arabo non fa mai domande, nemmeno in questi casi. Nel suo paese gli hanno insegnato che meno sai, meglio stai. Se proprio devi sapere qualcosa saranno loro a dirtelo, tu non chiedere nulla.
Non c’è altro da fare, se non aspettare.


Poco dopo le porte dell’ospedale si spalancano ed entrano quasi come se fossero arrivati insieme Ahmad, Cristina e la signora Raffaella. Non c’è tempo di chiedersi chi avesse avvisato Cristina, ma nemmeno posta la domanda arriva la risposta di Ahmad: “lei era con me mentre lavoravo”.
“Andrea è là dentro” Luca indica con il mento una sala poco rassicurante.
La madre non li vede nemmeno. Strattona il primo medico che arriva dicendo: “dov’è mio figlio?” quasi come se l’avessero rapito. “ANDREA DE VIZIO” Scandisce nome e cognome, ignorando il fatto che non serve a nulla. Il dottore se ne va impassibile, abituato a quelle scene. Ne esce uno dalla sala con il camicie sporco, la mascherina e i guanti. “Lei è la madre?” dice vedendo la donna in lacrime. Annuisce. “Suo figlio ce l’ha fatta, è vivo. Ma ha perso l’uso delle gambe.”


Una mitragliata nel petto. Luca, in bilico tra la felicità perché l’amico è vivo e la disperazione per tutte le privazioni che dovrà subire nella vita, da là in avanti. Sa che non è il momento ma riflette per qualche secondo su come i soldi non possono comprare tutto. Si risveglia dal momento di shock.
“Posso vederlo?” la madre col trucco ormai colato su tutto il viso.
“Non ancora, sarà sotto anestesia fino a sta sera, ha preso una bella botta. È fortunato di essere ancora vivo”
Ahmad sconvolto, Cristina in lacrime sulla sua spalla. Lei non è abituata a queste cose, non vuole vedere dolore, non ha il coraggio di soffrire. Non l’ha mai fatto.
La madre si chiede se sia il caso di chiamare suo marito, che è in Arabia per lavoro. Questioni di petrolio. Si ricrede. Pensa che prima avrebbe aspettato la fine dell’anestesia di Andrea, così il padre non si sarebbe preoccupato eccessivamente.


Sono tutti là seduti sulle squallide sporche sedie dell’ospedale, come se fossero in aeroporto, ad aspettare lo stesso volo. In religioso silenzio ognuno fa qualcosa. Chi legge un giornale, chi fissa il muro, chi ascolta con orecchio attento ogni parola dei dottori, per poi scoprire per l’ennesima volta che non parlavano di Andrea. Forse sarebbe stato meglio andare a casa e tornare in ospedale di sera. Il tempo sarebbe passato più velocemente. E invece no.
Sono ancora tutti là, che aspettano la sera.

lunedì 5 ottobre 2009

Capitolo 2 - Eterogenesi dei fini pt. I

Ricreazione.
“Si ma anche tu sei scemo eh?” dice Andrea.
“Non me ne frega, siamo a giugno, le medie le hanno fatte” ribatte Luca.
“Si fratè, ma gli scrutini no” dice Ahmad.
“Dai, non rovinarti la media, mancano pochi giorni alla fine, se quello ti mette due vai a settembre” Andrea, che ci tiene alla sua media dell’otto. Ha un solo sette, ed è in filosofia. Troppo razionale per capire teste diverse dalla sua. Anche Ahmad ha un solo sette … in condotta. Tutti gli altri voti sono o 5 o 4 o peggio. Sventola una sigaretta fatta da lui.. ma dentro non c’è solo tabacco: “Cicca?” propone, ammiccante.
Andrea, scandalizzato, non capisce cosa ci trovi Ahmad nella droga.
Il suono della campanella raggiunge le loro orecchie.
“Dai, torniamo su”
“No, ormai è accesa fratè!”
Andrea è già in classe, figurati se trasgredisce una regola quello.
“Vai Luca, tu che puoi ancora essere promosso, vai pure!”
“Si vado fratè, fai un tiro anche per me”.
Luca l’ha sempre chiamato cosi, “fratè”, sia per la forte amicizia che li lega, sia perché il suo nome non lo pronuncia mai bene e Ahmad si incazza.
“Cartelli, entri in ritardo?”
-Si prof, mi stavo facendo una canna ma appena l’ho accesa è suonata-. Questo è quello che avrebbe voluto rispondere Luca ma “Scusi” è quello che ha risposto veramente.


Entra Ahmad con gli occhi rossi e si accascia pesantemente sulla sedia vicina alla sua. A Luca scappa un sorriso ad Andrea un sussulto nel sentire nelle narici un prepotente odore di marijuana che gli si insinua nei polmoni fino a farlo tossire.


Una fila dietro ai banchi di Andrea, Luca e Ahmad, lei sorride gustandosi la scena dei tre amici cosi diversi ma cosi uniti, mentre disegna cuori sul suo quaderno con dentro scritto “CRISTINA e ANDREA”. Proprio il diretto interessato si gira: “Ehi Cri, hai una penna blu please?”. Lei di scatto chiude il quaderno “Eh? Blu? Si.. cioè.. aspetta che vedo.. ecco.” “TOH” dice secca Alessandra, per gli amici Alex, perché è proprio un maschiaccio. Gira voce che sia lesbica. “Grazie, Alex” risponde educato Andrea. “SE” mugugna Alex, chewing gum in bocca, anello al naso, mascara troppo pesante, capelli corti. Cristina, delusa della sua poca prontezza riprende il quaderno con gli scarabocchi, lo apre ma DRIIIIN.
“Ok, la lezione è finita. Andate in pace e studiate!” “Si certo.. a Giugno?!” pensano tutte le teste presenti in quella classe, compreso il professore, che disilluso ripone il registro nel secondo cassetto della cattedra.


“Venite da me oggi?” la voce di Luca filtra dal casco che la distorce un po’.
“No, mi servono soldi, devo lavorare” Nessuno sa che lavoro faccia Ahmad.
“Verrei, ma oggi avevo voglia di comprarmi un I Phone” risponde Andrea, come se spendere 500 euro per lui fosse come spendere 500 lire.. Luca decide di accompagnarlo. Vedere Andrea che fa sfoggio della sua ricchezza non sarebbe male, soprattutto se i soldi finiscono in qualche centro Apple.
Prendono i motorini e vanno.
Luca rimane un poco indietro, ma vede che una macchina si sposta leggermente sulla destra e Andrea ne approfitta per superare. All’improvviso una frenata, il rumore di qualche vetro infranto, un casco per terra. Luca vede Andrea là, steso, con del sangue che gli esce dal naso e una BMW M3 grigio metallizzata accelerare a più non posso, per sparire nella via più vicina, senza lasciare nella sua mente nemmeno una vaga idea di una lettera o un numero che compongono quella targa maledetta.