lunedì 30 novembre 2009

Capitolo 10 - La Lista

“Lista delle cose che non mi piacciono di te: se ti faccio una domanda non rispondi mai con sicurezza, mugugni qualcosa di incomprensibile e se ti chiedo di ripetere mi rimproveri dicendo –Mamma, se sei sorda non è colpa mia–”. La calligrafia di Claudia è confusa, fa fatica lei stessa a rileggere ciò che ha scritto. Ha sentito da qualche parte che fare una lista delle cose negative di una persona e poi strapparla è liberatorio. Vuole provare: “Quando ti invito a mangiare qui dici che sei impegnato e che hai la tua famiglia. Ignori che tu sei la mia”. Sorride pensando a che faccia avrebbe fatto Alberto, il figlio, davanti a quella battuta appena accennata.
La signora non ha più voglia di scrivere quindi si dirige in cucina per mangiare qualcosa. Non trova nulla. Mette dei soldi nella borsetta, si veste ed esce. Si prepara per la solita vecchia routine. L’unica cosa diversa dal giorno precedente è la data.
Arriva alla cassa del supermercato, sotto al cartello con scritto “MAX 10 PEZZI” perché ha fatto una spesa veloce. Ha intenzione di risparmiare, non ha poi tanti soldi da buttare.


Finito il pranzo accende la tv. Ascolta distrattamente la notizia di qualche omicidio, qualche politico corrotto, e qualche fortunato vincitore del lotto. Non li ha mai capiti questi ultimi. Si è sempre chiesta se riescano a guadagnare più di quello che spendono giocando.
Le viene voglia di riprendere in mano il libro per scoprire come va avanti la storia, ma squilla il telefono interrompendo il suo flusso di coscienza: “Si?” risponde.
“Ciao mamma, che stavi facendo?” domanda Alberto con tono squillante.
“Un corso accelerato di paracadutismo”
Albero ride. Sua madre è sempre stata ironica e acida contemporaneamente.
“Allora posso venire da te sta sera, immagino. Alle 20.00! Ciao!”
“Ma..” Ormai è tardi. Claudia sente solo il “tututu” insistente di chi ti ha praticamente sbattuto il telefono in faccia. Riprende in mano la lista, innervosita: “Le poche volte che sei sicuro di te stesso calpesti le libertà degli altri, sei opportunista, quando ti fa comodo sfrutti le persone e poi le abbandoni quando non ti servono più” e va avanti a scrivere. In quella lista sono racchiusi i peggiori difetti di suo figlio, amplificati dal nervoso che le ha messo addosso, autoinvitandosi per cena. Un gesto irrilevante? Forse. Ma quando sei anziano tutto conta, perché sei solo ogni giorno e le uniche cose che hai sono la casa dove hai vissuto una vita e gli affetti.
Claudia si addormenta con la penna in mano e il foglio che le fa da cuscino.


Viene svegliata dal suono del campanello. Guarda l’ora: le 20.01. Alberto è sempre puntualissimo. Claudia si alza di scatto e sente un dolore alla schiena ma poco importa, non c’è tempo per essere vecchi, non ora. “ARRIVO!” urla buttando la tovaglia sul tavolo dove si è addormentata scrivendo e fa volare il foglio per terra. Ordina velocemente due pizze a domicilio e apre finalmente la porta. Suo figlio entra, mentre lei continua ad apparecchiare. Alberto fa per sedersi ma si accorge che per terra c’è una penna. La raccoglie. Poco più in là c’è un foglio. Prende anche quello e si mette a leggere:
“Lista delle cose che non mi piacciono di te”.

lunedì 23 novembre 2009

Capitolo 9 - Freedom's Chains

Un mese dopo.


“Fratè, l’anno prossimo non cambi scuola, vero?” Domanda Luca, avendo saputo della bocciatura (scontata) di Ahmad.
“Mi ritiro.. studiare non fa per me” affermazione che strappa una risatina ad Alex.
Luca sorride ad Andrea, seduto sulla sedia a rotelle vicino a Cristina che gli tiene la mano: “Un’altra birretta?” propone lei. Come rifiutare? Cinque amici seduti attorno allo stesso tavolino: Ahmad, Luca, Andrea, Alex e Cristina. Ognuno con i suoi progetti per l’estate, ormai iniziata da un po’.


Ormai iniziata da un po’ come questo racconto. E al nono capitolo sono sicura che i personaggi ti sono rimasti impressi, hai già scelto il tuo preferito. Ti chiedi cosa succederà, come finirà. Io sono libera di scrivere quello che scrivo, ma la libertà ha delle regole, è legata da catene. E in questo racconto ho io le redini, ma non posso rompere quelle catene, devo rispettare quelle regole che mi impongono di scrivere ciò che mi va di scrivere. Mi piace chiamarle “Freedom’s Chains”. Una frase che mi è rimasta impressa in una canzone che ascolto spesso, ultimamente è: “La libertà non è un diritto è una mentalità”. Io ho quella mentalità. Perciò comprendimi, tu che stai leggendo, se ora dico che..


Claudia chiude il libro. Lo legge ogni sera prima di dormire. Non le piace molto e finora (è arrivata al capitolo 9) non ha trovato nulla di interessante. Ogni volta che lo apre le viene da pensare “Vediamo che succede a stereotipopoli”. Per non parlare degli errori (non solo grammaticali) che ha trovato: la teoria del motorino rubato non regge, non ha senso. Il capitolo dove parla il materasso stesso è a dir poco infantile e lei si è stancata di leggere racconti che parlano di storielle adolescenziali, droga e tutto il resto. Le sembra tutto scontato e un po’ fantasioso. Un po’ troppo. Trova poco realistica perfino la parte dell’incidente, per quanto sappia rendere bene il dolore. Claudia si chiede come sia possibile perdere l’uso delle gambe cadendo da un motorino. Per non parlare di tutti quei dati medici sul midollo. Molto probabilmente chi ha scritto il racconto li ha scaricati in blocco da wikipedia. Le viene un dubbio. Chi è l’autore? Gira il libro e in fondo alla quarta di copertina vede la foto di una ragazza. Si mette a leggere: “Elena Mazzardo, nata il 3 Novembre 1991..” C’è scritto altro ma a Claudia non interessa, ha già capito tutto. Si vede che è giovane l’autrice, scrive in modo troppo emotivo, quasi di getto. Quando ha l’ispirazione prende il suo blocco e si mette là, a scarabocchiare velocissimamente le idee, come se scappassero. In arte si chiamerebbe “foga pittorica”. Claudia sorride pensando alla ragazza nella foto, indaffarata a scrivere e inventarsi nuovi stratagemmi per tenere i lettori col fiato sospeso. Rigira nuovamente il libro. Lo guarda con occhio forse troppo critico. Copertina classica, rilegatura classica. Un po’ stropicciato perché lo butta in borsa per leggerlo nei momenti d’attesa. Lo mette via.


Claudia si alza e sente il peso delle gambe. Va verso lo specchio e si guarda. Per avere 73 anni è una bella signora. Raffinata nei modi e attenta. Si strucca leggermente gli occhi, con dei movimenti morbidi e dolci. Si vede che è una madre. Si scioglie i capelli biondi che teneva raccolti con una matita, come fa sempre quando legge prima di dormire.
Pensa fra sé che ha una certa età, la deve smettere di truccarsi e tingersi i capelli come se fosse una ragazzina. Non sono cose che si addicono ad una signora della sua età. Si sciacqua il viso e torna a guardarsi. Scopre una nuova ruga sulla fronte. Mette le mani ai bordi del viso, poco prima delle orecchie e tira la pelle, per vedere come starebbe con un bel lifting facciale. Poi se ne torna in camera, in quel letto a due piazze che è troppo grande per una persona sola, pensa.
Chiude gli occhi e cade in un sonno profondo, con tanta facilità da non rendersene nemmeno conto.

lunedì 16 novembre 2009

Capitolo 8 - Il materasso

Ahmad ributta il cellulare per terra e fa per riaddormentarsi ma Alex gli ruba tutto il lenzuolo. Il materasso sporco e pieno di polvere è buttato per terra e costituisce il letto di Ahmad. Se solo quel materasso potesse parlare, racconterebbe i segreti di una notte che per tutti non è mai esistita, ma per loro due invece, è stata la prima notte insieme. Lei, quasi in lacrime, aveva chiesto a lui di non riportarla in quella specie di orfanotrofio, non ancora, non quella notte. Lui, che a malapena ha un tetto, le ha offerto casa sua e lei ha accettato.


Lei non conosce le lacrime: da piccola, a forza di sberle le hanno insegnato che solo i deboli piangono, solo le persone senza spina dorsale esprimono i sentimenti. Le hanno insegnato che per vivere bisogna fottere il prossimo, bisogna essere lupi che sbranano altri lupi. Mai legarsi in un branco, mai avere amici e tantomeno amori. Solo fare affari per guadagnare il poco che ti serve per vivere. Le hanno insegnato a stringere i denti, a lottare. Più che averla educata, l’hanno addestrata. Gli stessi l’hanno abbandonata davanti ad un convento. Probabilmente non si potevano più permettere di avere una figlia.
Ora lei è grande, è cresciuta, e nella pupilla dei suoi occhi scuri c’è lo stesso fuoco che arde da quand’era piccola. Ahmad per lei non è un amico, è un socio. Ieri stava per piangere perché della polvere gli era entrata negli occhi, non perché era nauseata al pensiero di tornare dalle suore.. o così lei si racconta.


E se quel materasso potesse parlare non racconterebbe nulla di romantico. Non parlerebbe di frasi dolci sussurrate all’orecchio, non racconterebbe di come due corpi si sono addormentati abbracciati. Riuscirebbe solo a parlare di sesso. Il classico sesso senza amore. I due corpi che sono stati sdraiati su di lui per una notte intera si alzano, si vestono. Ahmad apre il frigo e lo trova vuoto, ma non si meraviglia nemmeno. Poi il materasso li vede uscire e solo allora chiede al cuscino, al lenzuolo, ai muri cos’hanno visto o sentito dalla loro posizione:
Il lenzuolo racconta di essere stato trattato male, tirato da una parte all’altra tutto il tempo.
I muri dicono di non aver sentito nulla, i due ragazzi non parlano molto.
Il racconto che ha più colpito il materasso è stato quello del cuscino di lei. Dice d’esser stato bagnato da qualche lacrima e giura di aver sentito la voce della ragazza stessa, forse nel sonno o forse no, ripetere: “Non sei sola, non sei sola” e si è commosso pure lui, il cuscino. Il materasso risponde che quelle sono lacrime preziose, sono rare le lacrime di lei perché le è stato insegnato che è da deboli versarle perciò non ne versa mai.


Questo sarebbe ciò che direbbe il materasso, se solo potesse parlare, ma non può. Quindi tace.

domenica 8 novembre 2009

Capitolo 7 - Retraso

Boom boom boom. “Adesso mi scoppia il cuore” pensa Luca mentre la polizia gli si avvicina. Ahmad ferma il motorino, uno dei tanti che usa, ovviamente rubato. La tecnica è sempre la stessa: stacca mezza targa in modo che sia sul punto di cadere. Basta fare leva con il piede e la targa si stacca del tutto, rimanendo per terra. Così la polizia invece di seguire lui prende la targa, rintraccia il proprietario del motorino e Ahmad è salvo. Tutto questo è sempre successo.. nella testa di Ahmad. Non l’ha mai sperimentato dal vivo perché non ha mai incrociato la polizia. Fino ad ora. Non spegne il motorino: è pronto con il piede a fare leva quel tanto che basta.


I due uomini in divisa si fermano poco prima di Ahmad e Luca e parlano col quasi-bambino. Gli dicono di svuotare le tasche e trovano quello che prima era nelle tasche di Luca. Il quasi-bambino si discolpa, dice che non sa cosa sia, che non ha mai visto nulla di simile in vita sua. Loro gli ricordano che a quell’ora la gente in piazza vende la droga e quella scusa l’hanno sentita troppe volte. Luca non riesce a sentire cosa replica il quasi-bambino, non gli importa. Fa un respiro profondo e pensa che ancora una volta gli è andata bene, forse troppo bene. Un poliziotto si avvicina con passo sicuro e veloce all’arabo dicendo: “Aspetta ragazzino!”
Ahmad rapido: “Via, via, muoviti”
Luca lo blocca, prendendolo per un braccio: “Non scappare che fai peggio, tanto ti prendono” e smonta tutto il meticoloso piano di Ahmad e della targa.
L’uomo con il cane al guinzaglio dice: “Hai la targa mezza staccata, fai qualcosa per attaccarla vedo che può cadere e se circoli senza puoi prenderti una bella multa”
Ahmad si limita a ringraziare per l'avvertimento. Per una volta in vita sua è stato veramente fortunato.
Luca gira il motorino: “Notte fratè, per oggi ho già dato!”
“Ci becchiamo domani, ti chiamo io.”
Luca si abbassa il casco e si dirige verso casa, lacerando il fitto buio della notte.


È già mattina. Luca si sveglia stanco e con un leggero mal di testa. Mette i piedi giù dal letto, gli sembra di scivolare. Guarda e vede una macchia di sangue sotto ai suoi piedi. Comincia il panico. Si butta giù per le scale, lasciando impronte di sangue ovunque, chiama i suoi genitori, nessuna risposta. Va in cucina, vede i coltelli per terra, sporchi di sangue. Si mette quasi a piangere, corre verso il telefono ma il suo cordless non è là. Si mette le mani in tasca per cercare il cellulare e chiamare la polizia. Le estrae, con un coltello in ogni mano. Cos’era successo quella notte? Perché c’era sangue dappertutto e Luca aveva due coltelli in tasca? Si precipita fuori dalla porta e.. nevica? Sì, cade neve dal cielo. Strano, siamo alle porte dell’estate. Luca urla con tutta la forza che ha ma non produce suono.
Bip-bip Bip-bip. Suona la sveglia e lui sobbalza, tutto sudato. Era un incubo. Sospira, cerca di riprendersi. Poi pensa che non ha una sveglia, impossibile che abbia emesso il suono che l’ha svegliato. Era un sms sul Nokia: Ahmad: “Ehi fratè, mi sono svegliato ora, è troppo tardi per salutare Andrea, salutalo da parte mia” Luca guarda l’ora : segna le 14.35. Le visite sono fino alle 15 e l’ospedale non è tanto distante, ce la può fare. Ma perché la domenica mattina Luca non la vive mai? Si maledice, dorme troppo. Si mette i primi indumenti che trova buttati sulla sedia, accende il motorino e parte. Difficile che arrivi in tempo. Scende, lascia il motorino per terra (ormai è un’abitudine) e arriva davanti alla stanza 13.

Fa per entrare ma un dottore lo blocca, dicendo che non è più orario di visita. Luca vede Cristina che esce e si tranquillizza, dicendosi che avrebbe chiesto a lei come sta Andrea: “Allora? Come sta?” chiede.
“Eh, sai, non abbiamo parlato di quello” dice lei, sulle nuvole: “Ah, si, ora ricordo. Si sente un po’ meglio”
Luca: “Sei stata un’ora là dentro e questo è tutto quello che sai dirmi?”
Cri: “Shhh, calmo! Non urlare, è domenica. Passano i preti qui!”
Luca è interessato solo a come sta Andrea: “Parla..” dice, già sapendo che quello che avrebbe detto Cri non l’avrebbe soddisfatto. “C’è stato un bacio..” dice lei vanitosa e smorfiosa, come se avesse vinto un premio atteso da tempo. Luca non vuole darle soddisfazione: è stupito ma reagisce come se già lo sapesse e dice: “Sì, ma che altro?”. Lei è infastidita: “CHE ALTRO? Non ti sembra abbastanza?” Luca fa finta di pensarci, come se fosse una domanda difficile, impossibile, come se fosse a un quiz televisivo. Alla fine risponde: “Mmmh, no”.

lunedì 2 novembre 2009

Capitolo 6 – Zoom nella stanza 13

“Scusi dottore posso farle una domanda?” chiede timidamente Andrea, che da più di qualche minuto fissa l’orologio che ora segna le due meno un quarto.
“Si?” si gira il medico brizzolato. Ormai Andrea li distingue cosi: il più sgarbato è il medico più giovane, quello più gentile invece è il più anziano. Forse perché il primo ha ancora in testa tutti i suoi studi di medicina e ancora non sa che sotto la calotta cranica, il paziente possiede un cervello con cui pensa. Quel cervello non è solo un ammasso di neuroni, sinapsi e tutto il resto. Cosa che il medico più anziano sa bene, visto che ha il tatto di capire che in quell’edificio dai muri verde chiaro ci sono persone che stanno male, non dati anagrafici, non nomi e cognomi, non dosi di medicinali: PERSONE. Si avvicina ad Andrea, sorridendo appena. Il ragazzo prende coraggio: “A me hanno detto che sono paralizzato dalla vita in giù.. ecco.. questo significa che non posso usare le gambe oppure anche..?” Il medico controlla la cartellina appesa al letto con scritto Andrea De Vizio: “Fortunatamente la lesione del midollo è incompleta. Questo significa che il midollo spinale è danneggiato parzialmente, perciò possiedi ancora alcune funzioni sensoriali ma hai perso completamente le funzioni motorie. Ciò significa che non hai più energia per muovere i muscoli o controllarli ma il tuo apparato riproduttore in teoria funziona. Fammi controllare”
Andrea, totalmente rapito dalla spiegazione chiara del dottore, gioisce tra sé. Gli piace proprio quel medico. Legge il cognome sul cartellino: Spalchi. Gli ha detto esattamente quello che voleva sentirsi dire e usando parole per lui comprensibili. È la prima volta che un dottore lo tratta cosi.
Il Dottor Spalchi mette la mano coperta da un guanto bianco sotto al lenzuolo: “Senti se tocco qui?” Andrea si concentra: “No.”
“E qui?”
“No.”
“E invece qui?”
“Ahia!”
“Lo prendo come un sì. Hai reagito perfettamente allo stimolo. Quindi quell’apparato funziona!”. Il dottore fa l’occhiolino e se ne va fischiettando e gettando nel cestino il guanto bianco.


Andrea è lì da solo, a riflettere. Cerca di pensare ai lati positivi di questa nuova situazione ma non ne trova molti. Non potrà più correre o giocare a calcio o semplicemente camminare per le vie del centro. In carrozzina, fino alla fine dei suoi giorni.
Si sente solo. La madre lavora, può venirlo a trovare solo di sera. Ormai sono le due, orario di visita, ma per lui non c’è nessuno. Pensa ai suoi amici Ahmad e Luca. Spera che non siano nei guai.


Sulla soglia della stanza 13 una ragazza prova il saluto: “Ehi.. no. Ciao! No, troppo allegro..” Quando di colpo si spalanca la porta e Cristina appare: “Ciao, Andrea.”
“Cri?”
“No, sono Babbo Natale!” –Stupida, stupida, stupida! Ti sembrano frasi da dire?- si maledice l’insicura Cristina.
Lui sorride: “Sei in anticipo quest’anno, siamo quasi in estate!” Cri dentro di se fa un sospiro di sollievo. È andata bene. Gli si avvicina. Le fa male vederlo steso su quel letto. Vorrebbe sapere come si sente, vorrebbe leggere i suoi pensieri ma non chiede nulla, ricordando le parole di Ahmad. “Sto un po’ meglio sai?” L’arabo aveva ragione: se devi sapere qualcosa saranno gli altri a dirtela.
“Mi fa molto piacere sai? Ti faccio compagnia, è così triste questa stanza vuota” Ammette Cri, guardandosi intorno come per esaminare il posto. Poi i suoi occhi tornano su di lui, che arrossisce un poco quando sente la mano calda di lei poggiarsi sulla sua. Nessuno dei due distoglie lo sguardo. È una sorta di sfida. Andrea spera tanto che lei trovi la forza di non piangere. Lei si abbassa e lo abbraccia teneramente, senza appoggiare il corpo. Lui non l’aveva mai sentito il bene che le vuole. Mai così. Sente il calore di quell’abbraccio sostenuto, timido, sospeso. È come se gli parlasse, come se gli aprisse gli occhi. Lei fa per tirarsi su, l’abbraccio è finito. Ma lui da disteso la trattiene con le braccia e lei si blocca, con il viso poco distante dal suo, tanto da sentirne il respiro. Occhi negli occhi, nel religioso silenzio dell’ospedale, quando tutti i pazienti della stanza 13 sono andati nella sala grande a guardare la tv; quando qualche raggio di Sole filtra dalle grandi finestre e riscalda e illumina i corpi dei due, proprio in quel momento i due volti si avvicinano, gli occhi si chiudono, le anime si sfiorano e..