La fame fa brontolare lo stomaco di Luca, che non mangia dalla sera prima. Gli altri dormono. Lui si alza e va alle macchinette per prendere un gelido tramezzino dal sapore di plastica. I minuti sembrano non passare mai, non finire più. Perché è sempre cosi, quando si aspetta. Gli istanti si dilatano, si fanno più importanti, si prendono più spazio. Come in una corsa nella quale il secondo arriva a un decimo di secondo dal primo. Quando vede i risultati non ci crede che sarebbe bastato cosi poco per vincere. L’atmosfera è asfissiante. Il caldo di un giugno che anticipa l’estate bollente lo soffoca. L’aria è densa ma rarefatta e i colori sono meno nitidi.
Un dottore esce e dice solo “Si è svegliato”. Luca, col tramezzino in mano, è l’unico a sentire le sue parole e chiama gli altri. “Non potete entrare, siete troppi!” li blocca il dottore, vedendo quattro persone avvicinarsi alla stanza. La madre è già dentro e Luca la raggiunge. Gli altri due aspettano fuori, tristi e scocciati. Andrea, pieno di tubi, con un lenzuolo azzurro fino al collo che lo copre quasi completamente. A Luca si blocca lo stomaco. La voce non gli esce, apre la bocca ma non dice nulla e finisce per boccheggiare come un pesce.
Andrea apre gli occhi e li vede. Si scopre su un letto di ospedale e non su un motorino e non capisce. Poi un flash e ricorda, soprattutto, il dolore alle gambe.
“Ciao mamma”. Lei lo guarda con gli occhi lucidi, pietrificata. Come fa a dirglielo?
“Amore, come ti senti?”. Andrea arriccia il naso e si toglie per un attimo la maschera che gli copre tutto il viso tranne gli occhi. Si guarda, si tocca. Si rimette la maschera e torna steso. “Mah, il petto mi fa un po’ male, ho qualche graffio in giro e mi sento indolenzito.”
La madre prende tutto il coraggio che ha, apre la bocca, fa per pronunciare la prima sillaba ma:
“Solo una cosa, mamma. Non mi sento più le gambe. Mi hanno fatto un’anestesia vero? Ho letto su qualche libro che a volte le parti del corpo si svegliano in momenti diversi, no?”. La madre si morde il labbro, Luca fa da spettatore fino a quel momento, poi dice: “No”.
Andrea, all’oscuro di tutto: “E cosa allora?”
La madre: “Amore, le tue gambe..” non serve finire la frase. Andrea, come ogni figlio, conosce perfettamente la madre e sa che quando la sua fa così, è successo qualcosa di grave, di molto grave. Il respiro si fa pesante, l’elettrocardiogramma mostra battiti sempre più frequenti e la pressione si alza.
Ahmad e Cristina, da fuori, vedono solo un medico che entra nella sala e la madre e Luca che escono, entrambi in lacrime. “Dicono che vogliono tenerlo per qualche giorno, ha perso molto sangue e deve riprendere le forze. In più deve abituarsi all’idea di non poter utilizzare più una parte del suo corpo. E non è cosa da poco”. L’ultima frase Luca se la poteva risparmiare. Ma era più un flusso di coscienza che altro. “Gli orari delle visite sono 14-15 e poi la sera 19-20, l’ho letto su quel cartello” è tutto quello che riesce a rispondere Ahmad.
Ora Andrea deve riposare, Ahmad deve tornare al lavoro, Cristina deve tirarsi un po’ su, la signora Raffaella deve avvisare il padre. E Luca? Deve continuare a vegetare nella sua squallida cameretta? No, sta volta no. Deve tenersi occupato, fare qualcosa di utile, aiutare, darsi da fare. Ma in che modo?
“Ehi Ahmad, aspetta!”
Forse questo è il modo più sbagliato.
“Vengo a darti una mano al lavoro!”
lunedì 19 ottobre 2009
Capitolo 4 - Desper(t)ado
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Wow il tuo racconto è bellissimo, hai un modo di scrivere pazzesco. Complimenti!
RispondiEliminaPer caso nei temi d'italiano prendi sempre 10+ o Manna(se hai lui come insegnante) fa lo stronzo.
An sono Elena di 1°B
Ahahaha in italiano non vado molto bene :D
RispondiEliminashallezza..
mai avuto un dieci in vita mia :D
Quel prof è il migliore del globo terracqueo ù___ù