“Scusi dottore posso farle una domanda?” chiede timidamente Andrea, che da più di qualche minuto fissa l’orologio che ora segna le due meno un quarto.
“Si?” si gira il medico brizzolato. Ormai Andrea li distingue cosi: il più sgarbato è il medico più giovane, quello più gentile invece è il più anziano. Forse perché il primo ha ancora in testa tutti i suoi studi di medicina e ancora non sa che sotto la calotta cranica, il paziente possiede un cervello con cui pensa. Quel cervello non è solo un ammasso di neuroni, sinapsi e tutto il resto. Cosa che il medico più anziano sa bene, visto che ha il tatto di capire che in quell’edificio dai muri verde chiaro ci sono persone che stanno male, non dati anagrafici, non nomi e cognomi, non dosi di medicinali: PERSONE. Si avvicina ad Andrea, sorridendo appena. Il ragazzo prende coraggio: “A me hanno detto che sono paralizzato dalla vita in giù.. ecco.. questo significa che non posso usare le gambe oppure anche..?” Il medico controlla la cartellina appesa al letto con scritto Andrea De Vizio: “Fortunatamente la lesione del midollo è incompleta. Questo significa che il midollo spinale è danneggiato parzialmente, perciò possiedi ancora alcune funzioni sensoriali ma hai perso completamente le funzioni motorie. Ciò significa che non hai più energia per muovere i muscoli o controllarli ma il tuo apparato riproduttore in teoria funziona. Fammi controllare”
Andrea, totalmente rapito dalla spiegazione chiara del dottore, gioisce tra sé. Gli piace proprio quel medico. Legge il cognome sul cartellino: Spalchi. Gli ha detto esattamente quello che voleva sentirsi dire e usando parole per lui comprensibili. È la prima volta che un dottore lo tratta cosi.
Il Dottor Spalchi mette la mano coperta da un guanto bianco sotto al lenzuolo: “Senti se tocco qui?” Andrea si concentra: “No.”
“Si?” si gira il medico brizzolato. Ormai Andrea li distingue cosi: il più sgarbato è il medico più giovane, quello più gentile invece è il più anziano. Forse perché il primo ha ancora in testa tutti i suoi studi di medicina e ancora non sa che sotto la calotta cranica, il paziente possiede un cervello con cui pensa. Quel cervello non è solo un ammasso di neuroni, sinapsi e tutto il resto. Cosa che il medico più anziano sa bene, visto che ha il tatto di capire che in quell’edificio dai muri verde chiaro ci sono persone che stanno male, non dati anagrafici, non nomi e cognomi, non dosi di medicinali: PERSONE. Si avvicina ad Andrea, sorridendo appena. Il ragazzo prende coraggio: “A me hanno detto che sono paralizzato dalla vita in giù.. ecco.. questo significa che non posso usare le gambe oppure anche..?” Il medico controlla la cartellina appesa al letto con scritto Andrea De Vizio: “Fortunatamente la lesione del midollo è incompleta. Questo significa che il midollo spinale è danneggiato parzialmente, perciò possiedi ancora alcune funzioni sensoriali ma hai perso completamente le funzioni motorie. Ciò significa che non hai più energia per muovere i muscoli o controllarli ma il tuo apparato riproduttore in teoria funziona. Fammi controllare”
Andrea, totalmente rapito dalla spiegazione chiara del dottore, gioisce tra sé. Gli piace proprio quel medico. Legge il cognome sul cartellino: Spalchi. Gli ha detto esattamente quello che voleva sentirsi dire e usando parole per lui comprensibili. È la prima volta che un dottore lo tratta cosi.
Il Dottor Spalchi mette la mano coperta da un guanto bianco sotto al lenzuolo: “Senti se tocco qui?” Andrea si concentra: “No.”
“E qui?”
“No.”
“E invece qui?”
“Ahia!”
“Lo prendo come un sì. Hai reagito perfettamente allo stimolo. Quindi quell’apparato funziona!”. Il dottore fa l’occhiolino e se ne va fischiettando e gettando nel cestino il guanto bianco.
Andrea è lì da solo, a riflettere. Cerca di pensare ai lati positivi di questa nuova situazione ma non ne trova molti. Non potrà più correre o giocare a calcio o semplicemente camminare per le vie del centro. In carrozzina, fino alla fine dei suoi giorni.
Si sente solo. La madre lavora, può venirlo a trovare solo di sera. Ormai sono le due, orario di visita, ma per lui non c’è nessuno. Pensa ai suoi amici Ahmad e Luca. Spera che non siano nei guai.
Sulla soglia della stanza 13 una ragazza prova il saluto: “Ehi.. no. Ciao! No, troppo allegro..” Quando di colpo si spalanca la porta e Cristina appare: “Ciao, Andrea.”
“Cri?”
“No, sono Babbo Natale!” –Stupida, stupida, stupida! Ti sembrano frasi da dire?- si maledice l’insicura Cristina.
Lui sorride: “Sei in anticipo quest’anno, siamo quasi in estate!” Cri dentro di se fa un sospiro di sollievo. È andata bene. Gli si avvicina. Le fa male vederlo steso su quel letto. Vorrebbe sapere come si sente, vorrebbe leggere i suoi pensieri ma non chiede nulla, ricordando le parole di Ahmad. “Sto un po’ meglio sai?” L’arabo aveva ragione: se devi sapere qualcosa saranno gli altri a dirtela.
“Mi fa molto piacere sai? Ti faccio compagnia, è così triste questa stanza vuota” Ammette Cri, guardandosi intorno come per esaminare il posto. Poi i suoi occhi tornano su di lui, che arrossisce un poco quando sente la mano calda di lei poggiarsi sulla sua. Nessuno dei due distoglie lo sguardo. È una sorta di sfida. Andrea spera tanto che lei trovi la forza di non piangere. Lei si abbassa e lo abbraccia teneramente, senza appoggiare il corpo. Lui non l’aveva mai sentito il bene che le vuole. Mai così. Sente il calore di quell’abbraccio sostenuto, timido, sospeso. È come se gli parlasse, come se gli aprisse gli occhi. Lei fa per tirarsi su, l’abbraccio è finito. Ma lui da disteso la trattiene con le braccia e lei si blocca, con il viso poco distante dal suo, tanto da sentirne il respiro. Occhi negli occhi, nel religioso silenzio dell’ospedale, quando tutti i pazienti della stanza 13 sono andati nella sala grande a guardare la tv; quando qualche raggio di Sole filtra dalle grandi finestre e riscalda e illumina i corpi dei due, proprio in quel momento i due volti si avvicinano, gli occhi si chiudono, le anime si sfiorano e..
Andrea è lì da solo, a riflettere. Cerca di pensare ai lati positivi di questa nuova situazione ma non ne trova molti. Non potrà più correre o giocare a calcio o semplicemente camminare per le vie del centro. In carrozzina, fino alla fine dei suoi giorni.
Si sente solo. La madre lavora, può venirlo a trovare solo di sera. Ormai sono le due, orario di visita, ma per lui non c’è nessuno. Pensa ai suoi amici Ahmad e Luca. Spera che non siano nei guai.
Sulla soglia della stanza 13 una ragazza prova il saluto: “Ehi.. no. Ciao! No, troppo allegro..” Quando di colpo si spalanca la porta e Cristina appare: “Ciao, Andrea.”
“Cri?”
“No, sono Babbo Natale!” –Stupida, stupida, stupida! Ti sembrano frasi da dire?- si maledice l’insicura Cristina.
Lui sorride: “Sei in anticipo quest’anno, siamo quasi in estate!” Cri dentro di se fa un sospiro di sollievo. È andata bene. Gli si avvicina. Le fa male vederlo steso su quel letto. Vorrebbe sapere come si sente, vorrebbe leggere i suoi pensieri ma non chiede nulla, ricordando le parole di Ahmad. “Sto un po’ meglio sai?” L’arabo aveva ragione: se devi sapere qualcosa saranno gli altri a dirtela.
“Mi fa molto piacere sai? Ti faccio compagnia, è così triste questa stanza vuota” Ammette Cri, guardandosi intorno come per esaminare il posto. Poi i suoi occhi tornano su di lui, che arrossisce un poco quando sente la mano calda di lei poggiarsi sulla sua. Nessuno dei due distoglie lo sguardo. È una sorta di sfida. Andrea spera tanto che lei trovi la forza di non piangere. Lei si abbassa e lo abbraccia teneramente, senza appoggiare il corpo. Lui non l’aveva mai sentito il bene che le vuole. Mai così. Sente il calore di quell’abbraccio sostenuto, timido, sospeso. È come se gli parlasse, come se gli aprisse gli occhi. Lei fa per tirarsi su, l’abbraccio è finito. Ma lui da disteso la trattiene con le braccia e lei si blocca, con il viso poco distante dal suo, tanto da sentirne il respiro. Occhi negli occhi, nel religioso silenzio dell’ospedale, quando tutti i pazienti della stanza 13 sono andati nella sala grande a guardare la tv; quando qualche raggio di Sole filtra dalle grandi finestre e riscalda e illumina i corpi dei due, proprio in quel momento i due volti si avvicinano, gli occhi si chiudono, le anime si sfiorano e..
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