lunedì 12 ottobre 2009

Capitolo 3 - Eterogenesi dei fini pt. II

Luca inebetito ma veloce estrae con mani tremanti il Nokia dalla tasca e digita i tre numeri che potrebbero salvare la vita al suo amico. Un solo pensiero: il cuore. Sentire se batte. Gli va vicino e appoggia la testa sul suo petto. Sente un battito forte, incazzato, come se il cuore volesse esplodere, e uscire dalla cassa toracica. O forse lo sente perché le sue percezioni sono alterate e sente quello che vuole sentire.. Ma no. Troppi viaggi. Deve rimanere lucido in un momento del genere. Eppure tutto è cosi ovattato. “Togliti, ragazzino!” dicono uomini vestiti in arancione fluo e all’improvviso sembra di stare dentro a un film dove tu sei immobile, e tutto il resto del mondo va velocissimo ma non te ne accorgi. Un po’ come nel video di Numb dei Linkin’ Park. E pensa a questo mentre gli uomini arancioni prendono il corpo come se fosse un sacco pieno di massi e lo buttano senza cura su una barella, che mettono dentro all’ambulanza. Luca prende il motorino che aveva lasciato per terra prima, nella foga del momento. Gli sale il panico. Vede l’ambulanza che si allontana, si mette il casco e parte, supera macchine, segue le sirene blu con quel suono cosi assordante da rimbombargli nella testa. Ha una paura assurda.


Ora è dentro. Sente “Codice rosso!”. Ha già capito cosa significa e sente le lacrime che cominciano a salire ma sa che non deve piangere e stringe i denti. Non sa a chi rivolgersi, a chi chiedere, cosa dire. Ferma un infermiere indaffarato con siringhe di insulina per pazienti che, oggettivamente, devono essere molto pazienti. Luca lo ferma, non sa nemmeno perché. Si mangia un po’ le parole, dice: “mmmh, scusi.. il mio amico. Penso stia morendo o giù di lì. Che devo fare?” Si maledice perché non gli è venuto in mente nulla di meglio. Non urla, non si agita, è calmo. È talmente sconvolto che sembra pacato. L’infermiere gli risponde solo: “Bè, sei nel posto giusto” E spinge via il suo carrello, pronto a fare in vena a qualche vecchiotto diabetico la sua dose di insulina.


Il rumore dei pensieri fa fischiare le orecchie di Luca, fino a fargli male. Male veramente. Ferma un altro uomo col camicie bianco e domanda: “Codice rosso. Cosa vuol dire?” L’uomo in bianco: “Pericolo di morte, spesso incidenti stradali” “E se il mio amico è là dentro cosa devo fare io?”
“Avvisa i familiari.”
Al ragazzo fa impressione come parla quell’uomo. Specialmente come ha pronunciato la parola “morte”. Come se fosse normale, scontato, come se avesse visto morire centinaia di persone, in quell’edificio. Gli viene un senso di vomito e cerca di non pensarci. I familiari.
“Signora Raffaella? Sì, sono Luca.. Sì sì sto bene.. senta.. è un’emergenza. Venga in ospedale, suo figlio ha fatto un incidente in motorino”. Sa che avrebbe dovuto usare parole meno dure ma sarebbe stato impossibile, tanto quanto addolcire una pillola fatta di cianuro. Vuole qualcuno al suo fianco. Chiunque. Ora più che mai.
“Ahmad, muoviti, vieni in ospedale”
“Arrivo.”
L’arabo non fa mai domande, nemmeno in questi casi. Nel suo paese gli hanno insegnato che meno sai, meglio stai. Se proprio devi sapere qualcosa saranno loro a dirtelo, tu non chiedere nulla.
Non c’è altro da fare, se non aspettare.


Poco dopo le porte dell’ospedale si spalancano ed entrano quasi come se fossero arrivati insieme Ahmad, Cristina e la signora Raffaella. Non c’è tempo di chiedersi chi avesse avvisato Cristina, ma nemmeno posta la domanda arriva la risposta di Ahmad: “lei era con me mentre lavoravo”.
“Andrea è là dentro” Luca indica con il mento una sala poco rassicurante.
La madre non li vede nemmeno. Strattona il primo medico che arriva dicendo: “dov’è mio figlio?” quasi come se l’avessero rapito. “ANDREA DE VIZIO” Scandisce nome e cognome, ignorando il fatto che non serve a nulla. Il dottore se ne va impassibile, abituato a quelle scene. Ne esce uno dalla sala con il camicie sporco, la mascherina e i guanti. “Lei è la madre?” dice vedendo la donna in lacrime. Annuisce. “Suo figlio ce l’ha fatta, è vivo. Ma ha perso l’uso delle gambe.”


Una mitragliata nel petto. Luca, in bilico tra la felicità perché l’amico è vivo e la disperazione per tutte le privazioni che dovrà subire nella vita, da là in avanti. Sa che non è il momento ma riflette per qualche secondo su come i soldi non possono comprare tutto. Si risveglia dal momento di shock.
“Posso vederlo?” la madre col trucco ormai colato su tutto il viso.
“Non ancora, sarà sotto anestesia fino a sta sera, ha preso una bella botta. È fortunato di essere ancora vivo”
Ahmad sconvolto, Cristina in lacrime sulla sua spalla. Lei non è abituata a queste cose, non vuole vedere dolore, non ha il coraggio di soffrire. Non l’ha mai fatto.
La madre si chiede se sia il caso di chiamare suo marito, che è in Arabia per lavoro. Questioni di petrolio. Si ricrede. Pensa che prima avrebbe aspettato la fine dell’anestesia di Andrea, così il padre non si sarebbe preoccupato eccessivamente.


Sono tutti là seduti sulle squallide sporche sedie dell’ospedale, come se fossero in aeroporto, ad aspettare lo stesso volo. In religioso silenzio ognuno fa qualcosa. Chi legge un giornale, chi fissa il muro, chi ascolta con orecchio attento ogni parola dei dottori, per poi scoprire per l’ennesima volta che non parlavano di Andrea. Forse sarebbe stato meglio andare a casa e tornare in ospedale di sera. Il tempo sarebbe passato più velocemente. E invece no.
Sono ancora tutti là, che aspettano la sera.

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